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Chi ero, chi sono e chi voglio essere: la mia (seconda) maratona di Valencia

Don’t you worry about a thing

‘Cause everything’s gonna be alright

Everything’s gonna be alright

Le note del tormentone dei Black Eyed Peas, David Guetta e Shakira riecheggiavano nell’aria. Nella mia testa mi ripetevo “Non ti preoccupare, andrà tutto bene”.

Cerco sempre di avere pensieri positivi, anche quando i presagi non lo sono. Ancor prima di partire sapevo che, più di altre volte, l’unica forza che mi avrebbe portato al traguardo finale sarebbe stata quella della mia testa.

Quando capita di inciampare a meno di un chilometro dalla partenza in un dissuasore di velocità non segnalato, finendo letteralmente spalmata per terra i buoni propositi iniziano a vacillare. Prima che iniziassero a traballare pericolosamente mi sono rialzata e ho ripreso a correre, incolume dopo la caduta.

Il gps suonava ad ogni chilometro. Mi ero ripromessa di guardarlo solo ogni 5 chilometri, come mi aveva suggerito Mike. Il passo l’avrei deciso io, non il mio orologio. Correre a sensazione non è facile, ma saperlo fare è fondamentale. Non esiste in commercio nessun gps migliore di quello che abbiamo sotto la nostra pelle. Non richiede grosse cifre di denaro ma molta, molta pratica per imparare ad usarlo.

Procedevo di 5 chilometri in 5 chilometri, letteralmente un passo alla volta, cercando di offuscare la sensazione di fastidio mista a dolore proveniente dal polpaccio sinistro.

Un male improvviso che mi ha sorpreso sabato mattina, il giorno prima della maratona. Senza un perché, senza un motivo. Ho sperato che se ne andasse così com’era arrivato, ma non è successo. Non sapevo cosa pensare. Forse era meglio non farlo.

La mia prima volta a Valencia è stata nel 2017, cinque anni fa. Esattamente cinque anni fa iniziava la mia esperienza di scrittura e condivisione qui, su questo blog. Il legame con questo luogo può dirsi quasi viscerale.

Riguardo indietro e ripenso alla me di allora e di tutto quello che mi è capitato in questi anni, di positivo e negativo. Quanti incontri e quanti scontri, quante vittorie e quante sconfitte, quanti semi sparsi con la speranza di poter, un giorno, raccoglierne i frutti.

Un aspetto che è rimasto intatto da allora è l’aver continuato a credere in quello che stavo facendo. Era la direzione giusta, la strada era quella giusta.

Come sul percorso di una maratona le persone che ho incontrato sul mio cammino sono state moltissime. Alcune mi hanno ignorato, altre hanno sgomitato nel tentativo di sorpassarmi, ma la maggior parte delle persone erano lì, a bordo strada a sbracciarsi e urlare il mio nome a gran voce per incitarmi e spronarmi ad andare avanti, non mollare perché ce la potevo fare.

Durante la maratona di Valencia ho rivissuto tutto il mio percorso di runner, blogger, influencer che dir si voglia. Il percorso di Sara, una ragazza per cui lo sport è una parte integrante di vita.

Avevo stretto i denti per arrivare fino a qui. Avrei dovuto fare lo stesso per arrivare a tagliare quel magnifico traguardo a La Ciudad de las Artes y las Ciencia.

Ho inseguito l’obiettivo cronometrico fino al chilometro 33, poi il male era diventato troppo forte e diffuso per consentirmi di proseguire a quel ritmo. Dovevo usare la testa e arrivata a quel punto la mossa più intelligente da fare era rallentare.

Non era più una questione di tempo, quanto far avverare quel desiderio che ormai era diventato un chiodo fisso: sentirmi di nuovo una maratoneta.

Più mi avvicinavo all’arrivo e più la strada era gremita di persone. A meno 3 chilometri dall’arrivo c’era così tanta gente a bordo strada da farmi sentire un corridore durante una tappa del giro d’Italia. E più i passanti mi vedevano in crisi nera e più mi incitavano e incoraggiavano. L’emozione quasi mi toglieva il respiro.

E poi il tappeto blu. Quel tappeto blu che significava solo una cosa: l’arrivo.

Ho fatto giusto in tempo a superare la linea del traguardo prima di scoppiare in un pianto liberatorio. Ero esausta. 

Sono stata prontamente circondata dai volontari che presidiavano la zona, spaventatisi dalle mie lacrime e dai miei singhiozzi che non riuscivo a controllare. Uno di loro mi ha abbracciato, come avrebbe fatto un nonno, un padre. Stretta nell’abbraccio di quel signore, un perfetto sconosciuto, mi sono tranquillizzata.

Pochi metri più avanti, ad aspettarmi, i miei amici, Juri e il mitico Andrea, che vedendomi un po’ scossa e con il viso rigato di lacrime non hanno esitato un momento a venirmi incontro per stringermi e farmi ricordare che nonostante tutto ce l’avevo fatta.

La maratona di Valencia è una maratona magnifica, con un percorso facile, veloce e un tifo che non ha nulla da invidiare a quello dei grandi stadi.

Non è stata la mia maratona migliore in termini di performance. Ma come ho già dichiarato su altri canali la maratona non è solo una questione di tempo, è quello che provi mentre la stai correndo.

Il più bel regalo che potesse farmi questa maratona non era di abbattere un record personale, per cui lavorerò sodo nei prossimi mesi. Il più bel regalo è stato ricordarmi chi ero, chi sono e chi voglio essere!

Ringrazio chi mi ha permesso di tornare a Valencia New Balance Intersport

e chi mi è stato vicino prima, durante e lo sarà anche dopo questa maratona Alba Obtics BV Sport Matteo Davide Felicina

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E ritorno da te cara maratona
Il piano B

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