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Run Rome The Marathon

Perché mettermi a scrivere della maratona di Roma? Tanto “nessuno legge più i blog”. Avrei potuto ridurre tutto a un post carousel da pubblicare su Instagram, ma non avrei avuto abbastanza spazio a disposizione per raccontare tutto. E dato che non sono una fan dei “post papiro”, avendo questo spazio a disposizione perché non sfruttarlo? In questi mesi di silenzio ho accumulato molte esperienze, incontri e insegnamenti di cui solo ora sono pronta a parlare e condividere.

L’altro giorno, mentre stavo correndo, pensavo se scrivere o meno questo articolo. Ho ripensato alla maratona di Roma appena corsa e a quello che ha significato nel mio percorso iniziato 10 anni fa. Non so spiegare come sia arrivata a riflettere sul legame rappresentato dal matrimonio e a paragonarlo alla relazione che ho con la corsa, in particolare modo con la maratona.

Nozze di stagno (o alluminio)

I 10 anni di matrimonio rappresentano le nozze di stagno, o alluminio. Ho cercato cosa significasse questo traguardo.

“La resistenza, la flessibilità e la capacità della coppia di adattarsi alle sfide della vita, proprio come questi metalli che non si corrodono facilmente, consolidando il legame dopo un decennio”.

Non posso fare a meno di trovare infiniti punti di connessione con il mio legame con la corsa. Ci siamo incontrate, poi conosciute e piaciute. Ci siamo divertite un mondo insieme, ma abbiamo anche attraversato momenti difficili, in cui il nostro rapporto ha vacillato. Ci siamo allontanate per poi ritrovarci e riscoprirci più legate che mai.

Proseguendo con la metafora tra matrimonio e corsa, secondo le usanze tradizionali il grande giorno la sposa dovrebbe indossare qualcosa di nuovo, di vecchio, di prestato, di regalato e infine di blu. Ho provato a ricercare ciascuno di questi 5 elementi portafortuna nel mio “grande giorno”, quello della maratona di Roma.

Qualcosa di nuovo: la speranza e il futuro

L’elemento di novità è stato presentarsi alla linea di partenza della maratona con un trascorso diverso da tutti gli altri. Arrivavo da mesi di frustrazione e demoralizzazione per non riuscire a risolvere un problema fisico che mi impediva di correre come avrei voluto. Sentire sempre e costantemente quel fastidio sotto al tallone mi stava facendo impazzire. Ho consultato ortopedici e fisioterapisti, fatto esami e trattamenti, ma niente, non se ne veniva a capo. Mi sentivo come quella ragazza nella pubblicità di Serenis in cui nessuno la capisce perché apparentemente parla una lingua incomprensibile a tutti. Finché trova chi la capisce ma soprattutto la ascolta. In un mondo in cui sono tutti distratti e concentratati solo su sé stessi, trovare qualcuno in grado di ascoltare è qualcosa di raro ed eccezionale. Ricordo perfettamente la prima volta che sono andata nello studio di Alessandro Maniero: ero a un passo dal rinunciare a guarire. Poi il doc non solo mi ha ascoltato, ma mi ha impedito di abbandonare l’idea di tornare a correre libera dal dolore. Il suo approccio è diverso da quello di chiunque altro professionista io abbia mai incontrato. Per la prima volta ho sentito parlare di tanti argomenti fino ad allora sconosciuti: la terapia a inversione, il principio della decompressione della colonna vertebrale, la nanotecnologia, le proprietà curative del succo di sedano per citarne alcuni. Tutto quello che il doc ha condiviso con me si è rivelato essere un mattoncino fondamentale per risolvere il mio problema. Finalmente avevo riposto la mia fiducia nella persona giusta. Ci sono voluti giorni, settimane per rimettermi in sesto, che tuttavia sono state niente in confronto ai mesi di calvario che avevo alle spalle.

Qualcosa di vecchio: il legame con il passato

L’elemento che mi ha tenuto ancorata al passato è stato Matteo, il mio coach. È sempre stato un punto fermo in tutti questi anni, una persona su cui so di poter contare e da cui non mi sono mai separata. Ogni traguardo, ogni risultato lo abbiamo raggiunto insieme, come una squadra. Abbiamo gioito delle vittorie e incassato i colpi dalle sconfitte, cercando di fare tesoro di ciascuna esperienza, positiva o negativa che fosse. In questi 10 anni mi ha preparato fisicamente e sostenuto mentalmente quando ce n’è stato bisogno. Mi ha dato i consigli giusti al momento giusto, come ritrovare la socialità nella corsa, aspetto che avevo perso nel periodo dell’infortunio. Mi ha incoraggiato a tornare a gareggiare anche quando io non ne avevo per niente voglia, o forse più per paura di non sentirmi all’altezza della vecchia me. Mi ha assecondato quando gli ho chiesto di provare ad aumentare il volume dei chilometri settimanali per preparare questa maratona. Non riesco a immaginare un legame con il mio passato sportivo più resistente e duraturo che quello iniziato con Matteo nel 2016.

Qualcosa di prestato: l’amicizia e gli affetti

Questo elemento lo ritrovo rappresentato da tante persone che in questi mesi si sono strette intorno a me, senza soffocarmi, ma sostenendomi ognuna a modo suo. Parto dalla Michi, alias Run Veg, che con una cena, un weekend fuori porta e un concerto mi ha sempre regalato un po’ di spensieratezza da tutti i problemi che mi hanno sommerso in quest’ultimo anno. Inoltre è anche stata il punto di contatto con il doc Maniero. Chissà cosa ne sarebbe stato di me se quella sera, dopo aver mangiato sushi e guardato X-Factor, la Michi e Ste, il suo compagno, non mi avessero parlato di Maniero e mi avessero consigliato di andare da lui. Oggi la Michi non corre più, ma in passato anche per lei la corsa, e la maratona in particolare, sono state ragione di vita: sa perfettamente cosa significhi mettere anima e corpo negli allenamenti, così come conosce la frustrazione che deriva quando non riesci a performare come vorresti. È come se attraverso di me lei continuasse a correre, calandosi nella parte e vivendo in prima persona i miei momenti di sofferenza così come quelli di gioia. Altrettanto importanti e fondamentali sono stati gli amici che hanno corso con me, condividendo chilometri, chiacchiere e allenamenti, che si trattasse di collinari, lunghi variati o dei lavori di qualità il mercoledì sera al Centro Sportivo Ginestrino di Carugate. Ale che fino all’ultimo mi ha caricato spingendomi a tirare fuori “gli occhi da tigre”, Beppe e Melo che hanno vissuto con me il pre e il post gara a Roma, le chiacchiere con Mirko e le infinite conversazioni sulle scarpe da corsa con Umbi. Ognuno di loro è stato un tassello importante della mia rinascita sportiva.

Qualcosa di regalato

La componente del regalo la ritrovo nella stessa maratona di Roma, una maratona che ho scelto di correre solo in seconda battuta. All’inizio dell’anno avevo altri piani per questa stagione. Non credevo di avere la forza per sostenere mentalmente la preparazione di una maratona e non avevo idea di come il mio corpo avrebbe potuto reagire in seguito all’infortunio. Poi però la maratona è venuta a bussare alla mia porta: alla proposta di Pasta Garofalo di partecipare alla maratona di Roma ho vacillato. Non sapevo cosa fare. Ho preso tempo per riflettere. Avevo già corso la maratona di Roma nel 2017. Dopo Firenze, Roma era stata la mia seconda maratona. Quest’anno sarebbe stata la ventesima. La prima partecipazione rappresentava la maratona in cui fare esperienza. Questa avrebbe potuto rappresentare (e ha rappresentato) la maratona della maturità, in cui mettere a frutto l’esperienza acquisita in tutti questi anni. Forse era l’occasione di cui avevo bisogno per rimettermi in gioco. Ho accettato con l’unica intenzione di ritrovare me stessa proprio nella gara in cui mi sono persa circa un anno fa: la maratona.

Qualcosa di blu: la fedeltà

Resta da individuare il quinto ed ultimo elemento portafortuna, qualcosa di blu, simbolo di amore e fedeltà. Le Asics Superblast 3 sono state il mio talismano blu: la scarpa perfetta per la gara perfetta. Il legame che ho con questo modello risale a qualche anno fa, quando ho corso la maratona di Rotterdam con la loro prima versione. Un legame solido e radicato, così come quello che ho con il loro brand, Asics. Mi è tornata in mente la campagna che affrontava il tema del personal best che recitava: “Personal best is not a number. It’s a feeling”. Ricordo che quando era stata presentata non ero stata capace di apprezzarla fino in fondo. Oggi, analizzandola con una diversa chiave di lettura, la trovo perfettamente centrata. È vero che raggiungere il personal best, fare il personale in gara, non si può ridurre solo a un risultato numerico: altrettanto importante è come quel numero si è raggiunto e quali sensazioni ci ha lasciato impresse.

Se alla maratona di Roma avessi fatto il personal best ma avessi dovuto affrontare ogni tipologia di mostro lungo il percorso, che sensazioni mi sarebbero rimaste della gara? Pessime, legate solo alla fatica e alla sofferenza. E che ricordi avrei custodito nella memoria? Dei ricordi solo parzialmente positivi, legati a un numero annegato da sensazioni da dimenticare. Personal best is not JUST a number. It’s ALSO a feeling. Il personal best che ho ottenuto a Roma non è solo un numero, che ovviamente ha il suo gran valore, ma è legato soprattutto alle sensazioni che ho avuto durante tutto il corso della gara che è andata ben oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Durante quei 42.195 metri mi sono sentita nuovamente padrona del mio corpo e delle mie sensazioni. Non c’era niente che potesse rallentare né turbare la mia gara: ero nel posto giusto al momento giusto. Avevo raggiunto il picco di forma esattamente quando serviva avere il massimo delle energie, sia fisiche che mentali. La lucidità di pensiero che ho mantenuto nel corso di tutta la gara mi ha senz’altro aiutato nella gestione delle energie, riuscendo a fare una lunga e ininterrotta progressione sull’intera distanza. Immersa nel mio “stato di grazia” non mi sono accorta delle numerose curve, dei ponti e delle difficoltà che un percorso non banale come quello della maratona di Roma poteva presentarmi. Non sono passati inosservati solo i sanpietrini nei chilometri finali, decisamente poco simpatici. Ho corso gli ultimissimi metri facendo ingresso nel Circo Massimo con tutte le energie che mi erano rimaste in corpo. Non mi è scesa nessuna lacrima dopo aver tagliato il traguardo, ero troppo felice per versarne, anche di gioia. Ho esultato saltando, urlando (con finta moderazione) e correndo incontro ai miei amici, il Beppe e Melo. La gioia per questo risultato va al di là delle 3 ore 8 minuti e 18 secondi del cronometro. In questo tempo, il mio migliore tempo in maratona ad oggi, ci sono racchiusi tutti gli eventi, positivi ma in gran parte negativi, che hanno caratterizzato gli ultimi 9 mesi: le paure, i dispiaceri, le insicurezze, i dubbi. E come in un matrimonio che festeggia le nozze di stagno, io e la maratona nel nostro rapporto decennale ci siamo adattate alle sfide della vita consolidando ancora un volta il nostro legame. Questa sarà per sempre la maratona del riscatto. E da qui si riparte.

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