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12^ Reale Mutua Monza Montevecchia Eco Trail

Dove eravamo rimasti? Ad aprile e alla maratona. Dalle lunghe corse su strada, da sola su percorsi prevalentemente pianeggianti sono passata a condividere gli allenamenti con vecchi amici, percorrendo strade sterrate e in salita. È arrivato quel periodo dell’anno. Quello che io e i miei amici aspettiamo con trepidante attesa. Per noi maggio fa rima con Monza Montevecchia e giugno con Monza Resegone. La stagione delle corse in squadra, con gli amici di sempre, è finalmente arrivato!

Ho corso per la prima volta la Monza Montevecchia nel 2018. Poi una seconda volta l’anno scorso. Quest’anno è stata la mia terza partecipazione, sempre e solo rigorosamente con lo stesso compagno: il Motta. “Perché corri con lui?”. “In che senso?” avrei voluto domandare a chi mi ha rivolto la domanda. Ma non mi andava di rispondere a una domanda con un’altra domanda, lo trovo scortese. In un’altra occasione probabilmente mi sarei trovata a rispondere “perché no?!” (qui è doveroso un saluto ai miei amici di Pianeta MTB!) ma non è stato questo il caso.

Tra me e il Motta è come se ci fosse un tacito accordo: senza quasi nemmeno bisogno di dirlo esplicitamente sappiamo di avere un impegno l’un l’altro, anno dopo anno. Ci conosciamo bene, da anni ormai, e dopo la mia parentesi sulle due ruote, nel momento in cui sono tornata a correre come una volta, il Motta non ha perso tempo per farmi la fatidica domanda: “Saretta, quest’anno corri con me la Monza Montevecchia?”. Correre in coppia vuol dire raddoppiare la fatica, perché oltre alla tua si aggiunge quella del tuo compagno o compagna di squadra. Non c’è spazio per l’egocentrismo e l’individualismo: qui si fa gioco di squadra.

Corro con il Motta perché lui corre con Sara. Non con Running factor o Runlovers, corre con me e non con una figura o un ruolo che ricopro. Non c’è un secondo fine né alcun interesse che lo spinge a correre con me, se non condividere la fatica, le gioie e le emozioni. Quando si affronta una gara a coppie è fondamentale ci sia alchimia, rispetto e fiducia tra i componenti della squadra. Noi ne abbiamo da vendere.

Ma veniamo al dunque, a questa 12° edizione dell’eco trail brianzolo che non è mai uguale né banale. Quest’anno l’abbondanza di piogge ha reso il percorso ancora più vario e stimolante. Per consentire a tutti i partecipanti di correre in sicurezza l’organizzazione ha esteso di un quarto d’ora il limite massimo di transito al cancello orario e di arrivo al traguardo. Con mio grande dispiacere è stato tagliato il passaggio nell’ultimo guado per via dell’acqua troppo alta: il rischio sarebbe stato quello di doversi mettere in posizione orizzontale e iniziare a muovere oltre alle gambe anche le braccia. In un attimo si sarebbe passati dall’eco trail allo swim run.

Le 200 coppie sono partite a scaglioni di 10 dalla scalinata posteriore della meravigliosa Villa Reale di Monza, in mezzo ai fumi verdi, bianchi e rossi dei fumogeni che si alzavano in aria e hanno segnato l’inizio della gara. I primi chilometri all’interno del Parco di Monza sono adrenalinici, ma è meglio non farsi prendere troppo la mano e frenare l’entusiasmo per non ritrovarsi ai ferri corti strada facendo. Serve una buona strategia e gestione della gara. Superata anche la ciclabile che costeggia il fiume Lambro si entra nel bosco. A quel punto inizia la gara, quella vera. Quella fatta di fango e guadi che quest’anno avevano il livello dell’acqua più alto della media. Nel primo entri con controllo, muovendoti con cautela sul fondo roccioso tra gli schizzi d’acqua fredda. Dopo il secondo, il terzo, il quarto guado hai dimenticato cosa significhi muoversi con “grazia” e ti butti letteralmente nell’acqua senza pensare più a niente, ma godendoti l’effetto rivitalizzante dell’acqua sulle gambe.

Passare da un terreno all’altro, prima asciutto e compatto, poi fangoso, argilloso e scivoloso richiede concentrazione ma anche un aiuto esterno dato dalle scarpe. Sia io che il Motta abbiamo corso con le nuove Brooks Caldera 7 che non solo ci hanno sgravato dal pensiero di dover rimanere in piedi, ma ci hanno consentito di procedere con un passo fluido e deciso. Il merito va sicuramente alla suola TrailTack Green Rubber, dal grip davvero eccezionale in qualsiasi condizione.

Nei vari passaggi nei guadi è stato fondamentale che l’acqua una volta entrata fuoriuscisse senza creare un effetto acquitrino nella scarpa. La combo con le calze della linea High Point è stata azzeccatissima: se in allenamento entrambi eravamo dubbiosi sullo spessore delle calze, ci siamo ricreduti durante la gara. Perfettamente traspiranti e di una lunghezza media perfetta per evitare che terriccio e detriti vari vi si insinuassero.

Tanta stabilità e sicurezza ma anche comodità data dal sistema di ammortizzazione realizzato in DNA LOFT v3, lo stesso delle Glycerin 21 che il Motta conosce molto bene essendo l’unica, e dico l’unica, scarpa con cui corre. Le pareti dell’intersuola salgono sulla silhouette della scarpa con il fine di attribuirle ancora maggior solidità e robustezza, senza andare a comprometterne il peso. Per entrambi la miglior scarpa con cui potessimo decidere di correre questa edizione particolarmente infangata e bagnata.

Quando pensi che il grosso sia andato, dopo aver superato il cancello orario al 26° chilometro circa, arriva un’altra bella mazzata: la salita di 3km che miete molte vittime e che si conclude con l’arrivo nella caratteristica piazzetta di Montevecchia. Dulcis in fundo quest’anno, per la gioia di tutti i partecipanti, è stata reintrodotta la scalinata che conta la bellezza di 177 scalini e conduce al Santuario del comune. Il colpo di grazia prima di tirare un bel sospiro di sollievo e poter finalmente imboccare la discesa verso il Campo Sportivo.

Ho sentito dare tanti giudizi su questa gara, e gli unici negativi erano da parte di persone che non l’hanno mai corsa. Troppo snob o “pro” per correre una gara di “soli” 33km con “soli” 700m di dislivello. Mi dispiace per loro, perché la MoMot è una manifestazione davvero unica, che una volta corsa ti entra nel cuore. In primis per l’intento che spinge ogni anno il Monza Marathon Team a replicare l’evento: il ricavato delle quote d’iscrizione viene devoluto in larga parte in beneficenza, aspetto che contraddistingue da sempre questa corsa. Un’ulteriore lezione di altruismo mi viene sempre data dai volontari, oltre 150 presenti ad ogni incrocio, attraversamento, svolta, ristoro pronti a dirti una parola di incoraggiamento, passarti una bottiglietta d’acqua o un bicchiere di sali, o correre gli ultimi 10 metri di salita insieme a te.

Ma la Monza Montevecchia non è solo una gara che fa rima con solidarietà. Anche il legame con l’arte è un altro elemento caratteristico di questa gara. A firmare il quadro che ha fatto da sfondo ai pettorali è l’artista monzese Felice Battiloro. Una donna con occhi velati, su uno sfondo dalle infinite sfumature di blu e azzurro a ricordare il flusso dell’acqua che scorre e trasforma gli ostacoli incontrati sul percorso in elementi che ne fanno parte. “Rallenta e amati” è il titolo dell’opera simbolica che vuole trasmettere il messaggio che ciò che accade nella vita entra a far parte del nostro percorso di crescita.

Tagliare il traguardo di una gara così ricca e densa di significati è sempre un’emozione unica. È tradizione correre gli ultimi metri mano nella mano, tra le urla degli amici che sono accorsi per vederti e incitarti, e passare infine sotto l’arco d’arrivo alzando le braccia al cielo. E poi ci si abbraccia, o almeno io e il Motta ci siamo sempre abbracciati. Un abbraccio sporco, sudato e infangato, ma sincero, come quello di due veri amici che la vita nel corso degli anni non è riuscita a separare, perché il legame che li unisce è più forte.

Ma il bello deve ancora venire perché tra un mese esatto ci ripresenteremo alla linea di partenza di una gara, ancora insieme ma con due gambe, una testa e un cuore in più. Il 22 giugno io, il Motta e Meluzzo partiremo dall’Arengario di Monza per correre fino alla Capanna Monza e portare a termine l’edizione che celebra il centenario di un’altra delle gare più belle e sentite della Brianza: la Monza Resegone.

Poiché ho insistito molto sul tema dell’amicizia non posso non dedicare qualche parola a chi mi ha dimostrato ancora una volta la sua amicizia: Andrea, più conosciuto come Diodoone, che è riuscito a catturare attimi indimenticabili di questa ennesima fantastica esperienza (come il mio passaggio sul sagrato di una chiesa con la cortese partecipazione di fanciulli freschi di comunione);

Andrea Galbiati, vice presidente del Monza Marathon team, che ci tratta sempre con i guanti e mantiene sempre le promesse; infine Brooks, lo sponsor che ci ha fornito tutto il supporto e il materiale tecnico per consentirci di affrontare nelle migliori condizioni gli allenamenti e soprattutto il giorno della gara.

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Rotterdam Marathon

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